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8 marzo 2022

Allyson Felix – L’atleta dei record

Velocista

(Los Angeles, 18 novembre 1985)

Allyson Felix è la donna dei record. Con l’undicesima medaglia olimpica conquistata, l’oro nella staffetta 4x400 conquistato a Tokyo 2020, è diventata la donna più medagliata di sempre ai Giochi nelle discipline su pista dell’atletica. Un’impresa leggendaria. Ancor di più se si considera che a novembre 2018 la regina dell’atletica è diventata mamma e ha utilizzato la sua visibilità per combattere una battaglia a nome di tutte le mamme impegnate nelle competizioni sportive che subivano pesanti discriminazione dai loro sponsor.
Con la nascita della piccola Camryn, Allyson si era vista tagliare l’ingaggio dal colosso dello sportswear a cui era legata, proprio a causa della maternità. L’atleta non si è lasciata abbattere, ha denunciato la situazione, preteso di essere retribuita in base alle prestazioni sportive e sostenuto che la gravidanza deve smettere di essere considerata una discriminante per le donne.
Felix ha dimostrato che la voce delle atlete ha potere, poiché lo sponsor ha fatto retromarcia e aderito ufficialmente ad un programma di protezione per le atlete in maternità. Ora le atlete non saranno più penalizzate finanziariamente se avranno un figlio e non dovranno nascondere le loro gravidanze. Nel 2021 Felix in collaborazione con Athleta e la Women’s Sports Foundation, ha lanciato un programma di sovvenzioni per aiutare a coprire i costi per l’assistenza all’infanzia per le mamme impegnate a Tokyo.
“C’è sempre stato un certo silenzio e una paura che circondano la maternità nello sport, io ricordo che mi sentivo come se dovessi scegliere tra lo sport che amo e la mia famiglia.”

 

Billie Jean King – La rivoluzionaria del tennis

Tennista

(Long Beach, 22 novembre 1943)

Billie Jean King è ricordata nella storia del tennis non solo per la conquista di dodici titoli del Grande Slam, ma anche per aver combattuto per i diritti delle donne nello sport. Nel 1968 Billie Jean King conquista per la terza volta consecutiva il torneo di Wimbledon e vince un premio in denaro che è meno della metà rispetto a quello assegnato agli uomini. Inizia la sua lotta per parificare i premi di uomini e donne e diventa la prima atleta donna a ricevere 100.000 dollari. È un primo passo, ma le disuguaglianze continuano e quando vince gli US Open nel 1972, il suo compenso è 15.000 dollari in meno del campione Ilie Nastase. In seguito alla sua dichiarazione di non partecipare al torneo l’anno seguente se i premi non fossero diventati uguali, l’US Open per la prima volta nella storia, decide di riconoscere un premio equo per donne e uomini. Nel 1973 continua la sua lotta contro il sessismo nello sport e nella società partecipando a una delle partite di tennis più seguite di tutti i tempi,

la battaglia dei sessi, nella quale sconfigge il campione Bobby Riggs, numero 1 al

mondo negli anni 1941, 1946 e 1947. La sua vittoria rivoluzionerà per sempre lo sport femminile e darà un impulso decisivo alla parità di genere in tutti i campi.
“Le donne mi ringraziano ancora oggi per aver aumentato la loro autostima. Molte trovarono il coraggio di chiedere quello che non avevano mai chiesto prima. Nel 1973 una donna negli States non poteva neppure avere una carta di credito senza la firma del marito o del padre.”

 

Rita Cuccuru

Atleta di paratriathlon

(Aachen, 28 ottobre 1977)

Rita Cuccuru, classe ’77, nasce in Germania, vive a Maranello e ha un’anima sarda. È probabilmente grazie alla determinazione tipica della sua terra d’origine che è riuscita a tagliare il traguardo più ambito, la qualificazione alle Paralimpiadi di Tokyo 2021, dopo aver conquistato il bronzo a La Coruna, in Spagna, nella seconda tappa della World Cup. Promessa del calcio femminile italiano, a 17 anni perde l’uso delle gambe a causa di un incidente, ma non si demoralizza, anzi torna a dedicarsi allo sport più agguerrita di prima, lanciandosi su una disciplina complessa come il Triathlon. E proprio il triathlon l’ha portata a Tokyo, dopo 3 anni di preparazione, grazie a dedizione, costanza e talento. È stata selezionata come una delle 10 atlete di paratriathlon più forti al mondo.

“Il bello di questo sport è che ti abitua a non arrenderti mai.”

 

Raphaela Boaheng Lukudo

Velocista

(Aversa, 29 luglio 1994)

Nasce ad Aversa nel 1994 da una famiglia originaria del Sudan. I genitori si trasferiscono in Italia, prima nel Casertano e, quando Raphaela ha 2 anni, a Modena. Dal 2006 l’atletica è diventata il suo mondo e nel 2011, dopo aver dimostrato il suo valore ancora allieva ai Mondiali di categoria (semifinalista sul piano), si trasferisce per due anni nei pressi di Londra. Dal 2015 si allena a Roma, nel centro sportivo dell’Esercito Italiano. Nel 2018 si migliora fino

a raggiungere 52.98 al coperto (sesta italiana di sempre), realizzando poi il primato nazionale della 4x400 ai Mondiali, e il 52.38 outdoor. Agli Europei indoor di Glasgow nel 2019 realizza il personale 52.48 con il 5° posto nei 400 e vince la medaglia di bronzo con la staffetta 4x400. Studia scienze motorie. ma ha frequentato l’Istituto d’Arte e conserva la passione per il disegno e la fotografia. “Molti vengono da situazioni difficili, partendo un passo indietro dalla linea del via, hai più rabbia, più “fame” e ce la metti tutta per arrivare primo. Per alcuni è l’unico modo per riscattarsi e trovare un posto nella vita.”

 

Tina Modotti – Arte e attivismo

Fotografa e attivista

(Udine, 17 agosto 1896 – Città del Messico, 5 gennaio 1942)

Tina Modotti, fotografa, attivista e attrice italiana, ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della fotografia contemporanea. I suoi celebri scatti, che compongono le collezioni dei più importanti musei del mondo, sono l’espressione di una donna emancipata e moderna, la cui arte è indissolubilmente legata al suo impegno sociale. Costretta ad emigrare in America, Tina avrebbe potuto seguire la carriera di attrice, sfruttare la sua bellezza e il suo talento per raggiungere una stabilità economica, ma la sua sete di libertà la porta invece ad approfondire le sue innate doti artistiche. Tina esprime la sua idea di libertà attraverso la fotografia e l’impegno civile soprattutto in Messico, dove frequenta anche Frida Khalo e Diego Ribera. La sua notorietà oltrepassa i confini delle Americhe, l’artista sarà riconosciuta sulla scena artistica mondiale anche grazie al suo modo di raccontare la realtà attraverso immagini immediate, prive di manipolazione artistica, il cui scopo è documentare, quello che oggi chiamiamo reportage. Durante la sua vita, insieme al compagno Vittorio Vidali, si impegna in prima linea per un’umanità più libera e giusta, per portare soccorso alle vittime civili di conflitti come la guerra di Spagna. Non potrà mai tornare in Italia a causa delle sue attività antifasciste e di una morte prematura avvenuta ad appena 46 anni, alla quale rendono omaggio artisti come Picasso e Pablo Neruda.
“Desidero parlare soltanto di fotografia e di ciò che possiamo realizzare con l’obiettivo. Desidero fotografare ciò che vedo, sinceramente, direttamente, senza trucchi, e penso che possa essere questo il mio contributo a un mondo migliore.”

 

Maud Stevens Wagner – La prima donna tatuatrice

Acrobata, contorsionista e tatuatrice (1877 – Lawton, 30 gennaio 1961)

Acrobata e contorsionista si esibisce in numerosi circhi itineranti. Alla fine dell’ottocento, durante uno dei suoi viaggi conosce l’uomo che sarebbe diventato suo marito, Gus Wagner, un artista tatuatore che ha il corpo completamente ricoperto di tatuaggi. Quando lui le chiede un appuntamento, lei accetta solo a un patto: dovrà darle lezioni di tatuaggi. Inizia a studiare l’arte del tatuaggio e impara a disegnare tatuaggi tradizionali a mano, nonostante fossero già diffuse le macchinette. Maud Wagner diventa la prima tatuatrice donna conosciuta negli Stati Uniti e il suo corpo è una tela bianca che solo il marito può decorare. Ben presto la sua pelle si ricopre di scimmie, farfalle, serpenti, donne, cavalli e leoni disegnati. Anche la figlia Lovetta si avvicina all’arte del tattoo e in breve tempo diviene una delle più brave e richieste tatuatrici del Paese, nonostante la decisione di non tatuare mai il suo corpo. Dopo la morte di Gus, Maud e la figlia continuano a lavorare e a viaggiare, portando in giro per l’America un messaggio di emancipazione femminile straordinario.
“E ho voluto in bella vista, su un braccio, il mio nome, per ricordarlo a tutti. Nel corso degli anni l’ago ha impresso visioni e ricordi, e li ha resi indelebili non solo nella mente ma anche nella carne.”

 

Sonita Alizadeh

Rapper e attivista afghana

(Herat, 1996)

È nata in Afghanistan, ma è cresciuta in un campo profughi in Iran. Da quando aveva appena dieci anni si è opposta ai genitori che cercavano di venderla a uomini che la volevano in sposa. Dopo l’ennesima proposta e l’ennesimo rifiuto da parte sua, decide di comporre un pezzo rap, Dokhtar Forooshi (Figli in vendita), in cui denuncia il dramma delle spose bambine.
Il brano diventa virale e arriva anche allo Strongheart group, un progetto statunitense che aiuta giovani ambasciatori del cambiamento a far sentire la propria voce. Alizadeth vince una borsa di studio della Wasatch Academy, nello Utah. Ora vive negli Stati Uniti, dove sta proseguendo gli studi e continua a combattere contro i matrimoni forzati.
“Nel mio Paese, le brave ragazze stanno zitte, ma io voglio condividere le parole che ho dentro.”

 

Ada Lovelace – L’incantatrice di numeri (2)

Matematica (1-2)

(Londra, 10 dicembre 1815 – 27 novembre 1852)

Figlia di Lord Byron, diviene una delle donne più famose d’Inghilterra ed Europa grazie alla sua passione e al suo talento per la matematica. Fin da piccola si abbandona al fascino dei numeri e appena adolescente supera i suoi insegnanti divenendo una scienziata. Ovviamente una donna dedita allo studio della matematica, era mal vista dalla società. Nei suoi scritti, infatti, Ada sottolinea spesso la frustrazione per il disprezzo e la mancanza di considerazione del suo lavoro. Per fortuna ha il sostegno della famiglia e all’età di diciassette anni conosce Charles Babbage, il padre dei computer, l’uomo che la definirà l’incantatrice di numeri. L’incontro le cambia la vita: i due cominciano una stretta collaborazione, e mentre Ada traduce in inglese i lavori del matematico italiano Luigi Menabrea, aggiunge alla traduzione diverse note e appunti, compreso l’algoritmo che è tuttora riconosciuto come il primo programma informatico della storia.

Oggi Ada Lovelace è considerata il simbolo di tutte le donne che dedicano la loro vita alla scienza e alla ricerca, ma a lungo il suo contributo è stato volutamente ignorato. Solo nel 1979 il Ministero della Difesa statunitense onorerà la sua memoria e il suo lavoro chiamando Ada un linguaggio di programmazione.

“Il mio cervello è qualcosa di più che semplicemente mortale e il tempo lo dimostrerà.”

 

Eugenie Clark – The Shark Lady

Biologa marina

(New York, 4 maggio 1922 – Sarasota, 25 febbraio 2015)

Nasce a New York nel 1922, impara a nuotare a soli due anni e scopre il suo amore per degli squali durante una visita all’acquario di Manhattan. Da quel momento sogna di poter nuotare con loro in mare aperto. Un sogno che la porterà a divenire una delle più grandi esploratrici degli oceani.

Dopo la laurea in zoologia, decide di proseguire nel campo della ricerca. Affronta diverse difficoltà – ai tempi il campo della ricerca era occupato da soli uomini – ma non si arrende mai e riesce a collaborare come ricercatrice presso alcuni dei più importanti centri di biologia marina degli Stati Uniti. Viaggia e partecipa a esplorazioni in tutto il mondo. La celebrità arriva nel 1953 con il suo primo libro, Lady with a spear, grazie al quale molte ragazze cominceranno a sognare di diventare biologhe marine. Clark diviene un punto di riferimento nel campo delle ricerche sulla biologia degli squali, collabora attivamente con svariate istituzioni, organizza spedizioni oceanografiche e conduce ricerche sugli ecosistemi marini. I suoi studi forniranno contributi importantissimi alla conoscenza del mondo degli squali: sarà la prima a osservare grandi gruppi di squali riposare in anfratti sottomarini, sfatando così il mito che questi animali dovessero nuotare costantemente per respirare; sarà la prima a insegnare agli squali in cattività a compiere precise azioni, in cambio di una ricompensa; dimostrerà come la mente di questi animali fosse molto più complessa di quanto ipotizzato in precedenza; scoprirà un repellente naturale per squali, ma soprattutto si impegnerà per promuovere un’attività di sensibilizzazione a tutela degli ecosistemi marini. A Clark sono dedicati i nomi di nuove specie di squali, ha ricevuto diversi riconoscimenti accademici e titoli onorifici e ancora oggi viene ricordata col soprannome di Shark Lady, la signora degli squali.

“Durante gli anni del liceo i pesci erano sempre nei miei pensieri. Mi affascinavano gli squali. Animali splendidi e possenti, così temuti e così incompresi. Sapevo che quello doveva diventare il mio lavoro perché era il mio mondo.”

 

Cecilia Payne

Astrofisica

(Wendover, 10 maggio 1900 – Cambridge, 7 dicembre 1979)

“Ogni studente sa che Newton ha scoperto la gravità, che Darwin ha scoperto l’evoluzione, che Einstein ha scoperto la relatività. Ma quando si parla della composizione del nostro universo, i testi di scuola dicono semplicemente che l’elemento prevalente è l’idrogeno. E nessuno si domanda come facciamo a saperlo...”. È l’inizio del discorso del 2002 del preside della facoltà di Arti e Scienze presso l’Università di Harvard.

Ebbene, il merito della scoperta va a Cecilia Payne, un’astronoma che non ha potuto ottenere la laurea perché donna e che ha tenuto lezioni di astronomia e diretto ricerche senza essere inserite nell’elenco dei corsi o che fosse fatto il suo nome, ricevendo un misero stipendio classificato dal dipartimento sotto la voce attrezzature.

Cecilia Helena Payne nel 1919 assiste a una conferenza tenuta da un importante astrofisico britannico, rimane “folgorata” dalle sue parole e decide di diventare astrofisica, seguendo tutti i corsi possibili e costruendo un telescopio. Essendo

donna non può conseguire la laurea e diventare ricercatrice per cui termina gli studi con un titolo equivalente a una nostra laurea triennale. Nel 1923 vince una borsa di studio riservata alle donne ad Harvard e si trasferisce negli Stati Uniti. Payne mette in discussione le teorie della comunità scientifica secondo cui le stelle sono costituite dagli stessi metalli che si trovano nel nostro pianeta, secondo la scienziata, invece, le stelle sono composte per il 98%, da idrogeno.

Siamo nel 1925 e quasi nessuno prende sul serio i suoi risultati, il mondo dell’astrofisica non era pronto a prendere in considerazione una tesi così rivoluzionaria sostenuta da una donna. Solo quattro anni più tardi altri arriveranno alle stesse conclusioni della Payne citandola brevemente e prendendosi il merito della scoperta. Payne continua le sue attività di ricerca in tutto il mondo e, nel 1956, ottiene finalmente la Cattedra di Astronomia ad Harvard. Negli anni successivi otterrà cattedre, titoli, medaglie, lauree ad honorem e incarichi prestigiosi. Nel 1976 quando riceve il più alto riconoscimento della Società Astronomica Americana intitolato a colui che le aveva inizialmente “scippato” la scoperta, pronuncerà queste parole: la vera ricompensa per un giovane scienziato è l’emozione che prova nell’essere la prima persona nella storia del mondo a vedere o capire qualcosa di nuovo. Niente può essere paragonato a questa esperienza. “Intraprendete una carriera scientifica solo se null’altro vi può soddisfare, perché probabilmente non riceverete null’altro in cambio. Il vostro premio sarà l’ampliarsi dell’orizzonte durante la scalata. E se raggiungerete questa ricompensa, non chiederete altro.”

 

Camilla Cederna - Donna coraggio

Giornalista e scrittrice

(Milano, 21 gennaio 1911 – Milano, 5 novembre 1997)

Camilla Cederna eredita dalla madre, una delle prime donne italiane a conseguire una laurea in Germanistica, la propensione per lo studio delle Lettere e si laurea in letteratura latina con una tesi dal titolo sferzante: Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa. Nel 1939 comincia la sua carriera nel mondo del giornalismo occupandosi, come all’epoca si confaceva a una donna, di moda e costume. Nel 1943 pubblica sul quotidiano milanese L’Ambrosiano l’articolo Moda nera, in cui deride lo stile dei fascisti. Rischia l’arresto e la reclusione, ma in compenso rivela al mondo di che pasta è fatta. Cederna intravede nella moda la possibilità di parlare dell’evoluzione sociale, economica, ideologica e culturale del paese. Viene soprannominata Donna coraggio, è una pioniera, capace di aprire al femminile la pista del racconto di cronaca e della testimonianza civile. Diventa interprete e protagonista della cosiddetta rivoluzione rosa in un’epoca in cui ancora nelle redazioni dei giornali non esistono le toilette per signore. Ma la svolta nella vita di Camilla Cederna avviene nel 1969, con la bomba di piazza Fontana. In quel momento Cederna compie una scelta che avrebbe modificato tutto il corso della sua vita: la sua rubrica Il lato debole dell’Espresso assume una nuova piega, diventa la voce della cronaca feroce di quei giorni. Non si tratta più di una rubrica di moda e di costume e a quel primo articolo ne seguiranno molti

altri. Camilla Cederna non si fermerà più: dalla moda passa ad analizzare l’attualità politica italiana, con lo stesso sguardo acuto e spesso impietoso. Inizia a diventare una voce scomoda, fastidiosa, firma articoli pericolosi, smaschera le trame politiche del suo tempo e pubblica inchieste che hanno fatto la storia del giornalismo italiano. La accusano di essere un’anarchica, la insultavano apertamente con frasi sessiste. Ma lei non si arrende, e dimostra di meritare il suo appellativo di Donna coraggio e continua a scrivere, instancabile, sulla sua Olivetti Ico nera. La sua vita e la sua penna affilata hanno lasciato un’impronta indelebile nel Novecento, tanto che oggi è considerata una tra le donne italiane che hanno fatto la storia del giornalismo internazionale.

 

Laura Bassi – La prima accademica

Fisica e accademica

(Bologna, 29 ottobre 1711 – Bologna, 20 febbraio 1778)

Laura Bassi, fisica e accademica italiana, è nota per essere stata una delle prime donne al mondo a ottenere una cattedra universitaria e una delle prime donne laureate d’Europa. Portata in moltissime materie (biologia, matematica, logica, filosofia, latino, greco e francese), nel 1732 discute all’università bolognese due tesi, viene accolta all’Accademia delle scienze e ottiene una cattedra onoraria di filosofia che le consente però di insegnare solo in rare occasioni.

Si dedica allo studio della fisica e della matematica e con il marito medico organizza in casa un laboratorio di fisica e un salotto culturale. Qui inizia a insegnare agli universitari, aggirando il divieto di insegnamento per le donne. Ogni anno Bassi tiene conferenze sugli argomenti più svariati e grazie alla sua autorevolezza scientifica, nel 1776, le venne assegnato il posto di professore di fisica sperimentale nell’Istituto delle scienze dell’Università di Bologna. Nonostante i limiti posti al suo insegnamento dal comune pensiero dell’epoca, Laura Bassi riesce a costruirsi una importante carriera accademica che la rende famosa in tutta Europa. Le sue ricerche nel campo della fisica newtoniana e le sue sperimentazioni nel campo della dinamica dei fluidi, dell’ottica e dell’elettricità, sono così all’avanguardia che la sua casa diviene un centro culturale scientifico di riferimento per importanti scienziati e studiosi italiani e stranieri come Alessandro Volta a Voltaire.

“Ho avuto la cattedra universitaria, sono diventata professore di Fisica sperimentale presso il pubblico Istituto delle Scienze di Bologna. Non era mai successo a nessuna donna prima di me.”

 

Matilda Joslyn Gage – L’effetto Matilda

Scrittrice, attivista e saggista

(Cicero, 24 marzo 1826 – Chicago, 18 marzo 1898)

Nata nel 1826 vicino a New York, Matilda gode di una buona istruzione. Nel 1845 sposa Henry H. Gage e la casa dove vive con la famiglia diviene un punto di riferimento per l’Underground Railway, la rete di supporto clandestina per gli schiavi in fuga. Spesso Gage nasconde persone in fuga dalla schiavitù, collezionando denunce e scontando pene detentive.
L’interesse per la tutela dei diritti sociali e le libertà l’avvicina al movimento per il diritto di voto alle donne. Sarà tra le fondatrici della National Association for Women's Suffrage per la quale lavorerà per oltre vent’anni, dirigendo tra l’altro anche il giornale ufficiale dell’organizzazione, il National Citizen.

Per tutta la vita Matilda Joslyn Gage lotta per la concessione del diritto di voto alle donne negli Stati Uniti, partecipa attivamente alla lotta per l’abolizione della schiavitù, denuncia gli abusi e le violenze sessuali subite da donne e bambini all’interno della Chiesa e sostiene le rivendicazioni dei nativi americani, che Gage considerava una società superiore alla sua. Durante il suo periodo alla guida

del National Citizen dedica una rubrica alle donne che hanno rivestito ruoli chiave nel corso della storia ponendosi come obiettivo quello di ridare protagonismo a importanti figure femminili dimenticate.
Questa, più di tutte le altre battaglie di Matilda Joslyn Gage, è ciò che la renderà più famosa. Nel 1993 la storica della scienza Margaret W. Rossiter conierà la locuzione
effetto Matilda, per definire il fenomeno in base al quale le donne nel corso della storia hanno ottenuto meno riconoscimenti per il loro lavoro scientifico rispetto a quanti ne meritassero oggettivamente. Come molte delle sue compagne Matilda Joslyn Gage non riuscirà a godere dei diritti per i quali aveva lottato tutta la vita. Sulla sua lapide, è incisa la frase che riassume perfettamente la vita e il carattere di questa straordinaria attivista: “C’è una parola più dolce di madre, casa o paradiso. Quella parola è libertà.”

“Ho capito da sola in questi anni com’è scomodo essere in una minoranza specialmente quando si ha ragione, quando si è d’estrazione borghese e, soprattutto, si è donne. L’importante è combattere una battaglia giusta e non avere la stima dei soliti benpensanti.”

 

Mary Phelps Jacob – L’inventrice del reggiseno

Attivista, scrittrice e inventrice

(New Rochelle, 20 aprile 1891 – Roma, 26 gennaio 1970)

Mary Phelps Jacob, conosciuta anche come Caresse Crosby nasce sul finire dell’800, è un’imprenditrice, un’attivista, un’editrice e una scrittrice ed è ricordata come l’inventrice del reggiseno moderno, con tanto di brevetto. Mary gode dei benefici dello stile di vita da classe elevata: partecipava a feste da ballo e a corsi di equitazione. E proprio mentre si prepara per l’ennesimo ballo, dopo aver indossato il classico corsetto irrigidito da stecche di balena e un copri-corsetto contenitivo e aderente, Phelps Jacob decide di toglierlo perché è scomodo e le appiattisce il seno. Prende due fazzoletti da tasca, un po’ di nastro rosa, ago, filo e qualche spillo e confeziona un indumento elegante e comodo. Indossa la sua creazione e va al ballo. È proprio l'agilità dimostrata quella sera da Mary Phelps a indurre le sue amiche a chiederle il segreto e a far crescere la domanda per il nuovo capo. Capisce che la sua idea può essere commercializzata e la brevetta. Nel mese di novembre del 1914, lo United States Patent and Trademark Office rilascia a suo nome un brevetto per il “reggiseno senza dorso”. Dopo aver avviato una piccola azienda però deciderà di trasferirsi in Europa dove continuerà la sua vita sfrenata, fuori dagli schemi e si dedicherà alla scrittura.

“Non posso dire che il reggiseno occuperà mai un posto nella storia come quello del battello a vapore, ma io l’ho inventato.”

 

 

Rossella Casini

Vittima della ’Ndrangheta

(Firenze, 29 maggio 1956 – Palmi, 22 febbraio 1981)

Rossella Casini studia psicologia ed era di Firenze. A soli 25 anni scompare da Palmi, paese della Calabria nel quale si trovava perché fidanzata con un ragazzo del luogo. La verità arriverà molti anni dopo, quando si scoprirà che Rossella è la vittima di una sanguinosa faida di ’ndrangheta. Viene punita perché aveva convinto il fidanzato, Francesco Frisina, a rompere con le leggi dell’omertà. Francesco, a cui intanto era stato assassinato il padre, spinto dalla fidanzata decide di svelare a un magistrato la catena di omicidi che aveva insanguinato la sua famiglia. Frisina si rifugia a Torino dove il cognato lo raggiunge, convincendolo a ritrattare. Tre giorni più tardi vengono arrestati entrambi. Rossella continua a far la spola fra Firenze e Palmi, cercando, con maldestri tentativi di ritrattazione, di salvare il fidanzato. Nel febbraio del 1981, a pochi giorni dal processo, Rossella si reca nuovamente a Palmi per parlare con un giudice. La mattina del 22 febbraio telefona al padre e lo avvisa che sta per rientrare. Ma da quel giorno della 25enne Rossella non si avranno più notizie. Ci vorranno 13 lunghi anni per scoprire la verità, Rossella è stata uccisa. I suoi assassini saranno assolti per insufficienza di prove.
“Ho infranto la regola criminale del silenzio.”

 

Gelsomina Verde

Vittima della Camorra

(Napoli, 5 dicembre 1982 – Napoli, 21 novembre 2004)

Quello di Gelsomina Verde viene ricordato come uno dei più spietati delitti della camorra. È una relazione sentimentale con un ragazzo appartenente agli scissionisti a costarle la vita. Gelsomina ha solo 22 anni e fa l’operaia in una fabbrica di pelletteria. La sera del 21 novembre 2004, viene attirata in una trappola proprio da un amico, Pietro Esposito, uno dei primi della faida a pentirsi. I suoi aguzzini avrebbero dovuto estorcerle delle informazioni. Il mandante, Cosimo di Lauro, pensa che sappia dove si nasconde il fratello del ragazzo col quale ha avuto una relazione, un rivale di camorra. Probabilmente Gelsomina non lo sa o forse non vuole tradire. Verrà torturata, stuprata, finita con sei colpi di pistola e il suo corpo dato alle fiamme. Il suo omicidio non troverà giustizia.

“Il clan si è diviso. Ora si cercano a vicenda. Cercano anche il mio ex-ragazzo. Siamo stati assieme un anno, ma si è unito alla Camorra. Gli ho detto che avrebbe dovuto scegliere tra me e il crimine, così ci siamo lasciati. Ma io non ho paura. Non sono cose che mi riguardano, loro sanno quello che faccio, sanno che aiuto la gente povera di Scampia. Io non c’entro nulla con queste faccende.”